“Io sto con il poliziotto”, proclamava a gennaio Matteo Salvini a Firenze, riferendosi alla vicenda di cronaca del parco di Rogoredo di Milano. Sullo sfondo la stazione di Santa Maria Novella, tra un frecciarossa in ritardo e un regionale in affanno.
Uno slogan semplice e ad effetto, perfetto per un cartellone 6x3 o per un post sui social. Insomma, un messaggio preciso, quello di voler stare con il poliziotto, a prescindere.
Chiariamolo subito così evitiamo equivoci: quando le forze dell’ordine svolgono bene il loro lavoro, vanno sempre e comunque tutelate. Sono Uomini e donne che, rischiano la vita ogni giorno. Spesso senza stipendi adeguati e con carichi di responsabilità enormi. Tuttavia, anche un bel cesto di mele può contenerne una bacata.
Oggi, le carte dell’inchiesta che al contrario degli slogan hanno il brutto vizio di essere dettagliate, cominciano a svelare una verità molto diversa da quella raccontata inizialmente dal poliziotto che ha sparato al pusher. Stando a quanto emerge dagli accertamenti della Squadra mobile e della Scientifica, la versione della “legittima difesa”, sostenuta fin dal primo momento, potrebbe essere smontata pezzo per pezzo. Uno scenario fosco, nel quale le dichiarazioni fatte dal poliziotto non sembrano trovare conferma, al punto che si ipotizza la manomissione della scena del crimine. Insomma, la trama si complica, e anche tanto.
Adesso, visto che l’aria sta radicalmente cambiando, l’astuto leghista, con un’acrobazia degna di una finale olimpica, sostiene candidamente di non volere entrare nel merito di cose che non conosce. Un’affermazione che sarebbe stata perfetta se fosse stata pronunciata nel mese gennaio. Ma che si può fare? Il ministro dei trasporti è fatto così. Se c’è fa fare populismo e propaganda lui è sempre in prima fila, prontissimo a lucrare politicamente su tutto. Anche sulle vicende di cronaca che meriterebbero, invece, un minimo di prudenza quando non di rispetto.
Colpisce, tuttavia, la rapidità con cui si passa dal “io sto col poliziotto” al più furbo “non entro nel merito”. Una trasformazione che meriterebbe un approfondito studio scientifico.
E le scuse? Per ora risultano ufficialmente disperse. Infatti, né il ministro leghista né gli esponenti politici che hanno usato anche la vicenda di Rogoredo come combustibile per la campagna referendaria hanno sentito la necessità di scusarsi. Del resto, per certi soggetti, il treno della coerenza è fermo da sempre su un binario morto, in attesa di una coincidenza che non arriverà mai.
Franco Bifano

