Nei paesi arbëreshë di rito greco - bizantino ci si prepara per la commemorazione dei defunti

2026-02-04 12:57

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Territorio,

Nei paesi arbëreshë di rito greco - bizantino ci si prepara per la commemorazione dei defunti

Nei paesi italo-albanesi di rito greco - bizantino i morti vengono commemorati

di Gennaro De Cicco

Nei paesi italo-albanesi di rito greco - bizantino i morti vengono commemorati quasi all’inizio della primavera, nel mese che gli antichi greci chiamano “Antesterione”.

Il riferimento storico è la festa dei fiori che si celebrava ad Atene in onore a Dionisio (Antesterie).

Una ricorrenza “tra il sacro e il profano”, tra riti religioni e tradizioni di vita comune.

Il periodo di svolgimento è il sabato precedente la domenica di Carnevale (quest’anno 7 febbraio) e quindici giorni prima della Quaresima.

Ricorrenza, come si suol dire “mobile”, che quest’anno va dal 18 febbraio al 29 marzo.

La commemorazione dei defunti presenta le caratteristiche di una festa popolare, durante i quali i morti si confondono con i vivi.

Si crede che il Divino, per otto giorni, dia il permesso alle anime perché escano dall’oltretomba e facciano ritorno in superficie per andare a ritrovare i luoghi, dove sono vissuti.

Tutte le case sono illuminate con i lumi alimentati da olio vergine: “Val të butë”, perché serve ad indicare la luce ai defunti, che escono dalle tombe per mescolarsi con i vivi.

A San Demetrio Corone ci si avvia in processione nel cimitero, intonando: “Tek jam i thell” - Dal Profondo (adattamento in arbërisht del Salmo 129 del “De Profundis…”, da parte del poeta di San Giorgio Albanese Giulio Variboba (1725 – 1788).

I giovani e non solo, mentre vanno al cimitero,

lasciano una piccola pietra sul bordo della colonna (stele), che ricorda i caduti in guerra, sistemata all’inizio del viale che conduce al cimitero. Questo gesto dovrebbe perseverarli da una morte prematura e violenta come quella che colse i combattenti in guerra. La pietra assume il significato di un pegno, da parte di se stessi, da lasciare in cambio della salvezza.

Dopo la celebrazione della messa nella chiesetta del cimitero davanti all’altare e alla croce e la recita a volte alta di preghiere in greco antico e in albanese, il papàs benedice l’ossario e bussa tre volte nella porta di ferro per salutare i defunti che stanno dietro quella povera porta e per stabilire un contatto con loro.

Successivamente, i parenti degli estinti si appartano nella tomba dei propri cari e consumano cibi e bevande.

Chiunque passi accanto alla tomba viene invitato a partecipare al “simposio”.

Nello stesso giorno il papàs visita le famiglie e procede alla benedizione delle panagjie (mense con vino, pane, grano bollito e una candela sovrapposta al centro), simbolo della resurrezione del corpo e della immortalità. Dopo la cerimonia, distribuisce ai presenti il pane a fette e su ciascuna di queste dispone il grano bollito. I collivi rimasti vengono distribuiti alle famiglie del vicinato.

Una volta era tradizione della gente bisognosa chiedere l’elemosina nel periodo della commemorazione (për shpirtin e përgatorëvet – per l’anima dei defunti). Le famiglie nobili, invece, distribuivano ai più poveri olio, salame, pane e grano bollito per onorare la memoria dei cari estinti.

In serata parenti ed amici si ritrovano e consumano la cena rievocando, fino a notte inoltrata, i loro cari, scomparsi definitivamente.

Si rinnova, in questo modo, una tradizione antica, ricollegata ad usanze, che per secoli hanno messo in evidenza i valori di solidarietà e di amicizia degli arbëreshë.

Il sabato successivo è un giorno di lacrime perché i morti sono obbligati a ritornare nell’oltretomba, distaccandosi dai propri cari.

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