Il 2026 deve essere l’anno della consapevolezza femminile
di Goffredo Durante
Lo stalking contro le donne non è un fenomeno improvviso né sempre riconoscibile fin dall’inizio. È una violenza subdola, progressiva, che spesso si insinua nella quotidianità mascherandosi da normalità, cortesia, interesse o persino collaborazione professionale. Proprio per questo è una delle forme più pericolose di aggressione: perché confonde, disarma, colpevolizza la vittima e normalizza l’abuso.
Molte storie di stalking iniziano da un semplice relazionarsi amichevole. Altre, più note, prendono forma dopo la fine di una relazione sentimentale, quando uno dei due partner – quasi sempre l’uomo – non accetta il rifiuto, la separazione, l’autonomia dell’altra persona. Ma sempre più spesso lo stalking nasce in ambiente di lavoro, in particolare nelle collaborazioni saltuarie, nei contesti informali, nei contesti di subalternità professionale o di situazioni di dominazione e potere di diversa origine, nei rapporti professionali non strutturati, dove si dà per scontato – in modo implicito o esplicito – che alla prestazione lavorativa debba accompagnarsi una disponibilità sessuale.
Il problema esplode nel momento del diniego.
È lì che cambia tutto.
Il rifiuto non viene accettato come scelta legittima, ma vissuto come un affronto personale, una sfida, una ferita narcisistica da sanare. Da quel momento lo stalker entra in una logica di attacco–conquista. Inizia l’osservazione sistematica della vittima, l’indagine sulla sua vita privata, sulle sue relazioni, sulle sue fragilità reali o presunte. Si cercano informazioni, si avvicinano amici e amiche, si alimenta il chiacchiericcio, si costruisce una narrazione utile a legittimare l’insistenza.
Quando le intenzioni diventano esplicite e la donna prende le distanze, lo stalker aumenta la pressione. I messaggi si moltiplicano, il tono cambia, subentra il ricatto emotivo o morale, talvolta il ricatto basato su informazioni raccolte ad arte. La donna, a questo punto, si difende. Ed è proprio questa difesa a scatenare l’irritazione e l’aggressività dello stalker.
Oggi, più che mai, i canali sono infiniti:
WhatsApp, Facebook, Instagram, Messenger, email, telefonate, squilli muti. La presenza diventa pervasiva, continua, impossibile da arginare. E più si tenta di allontanare il soggetto, più il rifiuto alimenta il suo risentimento. La vittima viene accusata di freddezza, di ingratitudine, di cattiveria. Il confine tra insistenza e persecuzione viene deliberatamente cancellato.
A un certo punto lo stalker entra in una vera e propria logica di sfida: deve essere sempre presente nella vita della vittima. Non importa come. Messaggi a tutte le ore, telefonate notturne, apparizioni improvvise, sfrontatezza. Talvolta, quando la donna tenta la strategia del rabbonimento pur di far cessare l’assedio, il persecutore alza ulteriormente il livello, cercando di rendersi visibile alla famiglia, agli amici, all’ambiente sociale della vittima.
L’obiettivo è uno solo: costringerla alla resa.
Una resa che segnerebbe il destino della donna, trasformandola in una persona senza libertà, intrappolata in una forma di schiavitù psicologica, ridotta a strumento di gratificazione e controllo per il carnefice.
Quando questi meccanismi si innescano, la vita della vittima cambia radicalmente.
Si modificano le abitudini, si protegge la propria privacy, si evita l’isolamento, si diffida di nuovi contatti che possano essere ricondotti allo stalker. Si vive in allerta costante. La fase più pericolosa è quella della ricerca del contatto a tutti i costi: il pedinamento, la tracciatura degli spostamenti, l’osservazione delle routine quotidiane.
È qui che il rischio diventa massimo.
Cosa fare: agire subito, senza minimizzare
La prima arma è la consapevolezza.
Non giustificare, non minimizzare, non colpevolizzarsi.
§ Registrare ogni contatto
§ Conservare messaggi, chat, email, vocali
§ Annotare date, orari, episodi
§ Avere persone fidate di riferimento con cui condividere tutto
§ Non affrontare mai il problema da sole
È fondamentale costruire un dossier completo, pronto per essere portato all’attenzione della magistratura e delle forze dell’ordine. La documentazione è protezione. Il silenzio, purtroppo, è terreno fertile per l’abuso.
Il 2026 deve essere l’anno della consapevolezza femminile, ma anche della responsabilità collettiva. Lo stalking non è un problema privato, non è una questione di carattere, non è un malinteso relazionale. È violenza. E come tale va riconosciuta, denunciata, fermata.
Perché nessuna donna dovrebbe mai essere costretta a cambiare vita per colpa di chi non accetta un no.

