San Demetrio Corone 02. 03. 2019 “Il basco di papà” di Mario Iaquinta (1)

E’ la seconda prova, dopo “Amira”, pubblicato nel 2016, sempre per Apollo Edizioni, di Mario Iaquinta nel genere letterario del romanzo e, per gli esiti felici della narrazione, ne definisce già una compiuta maturità artistico-letteraria. L’autore, infatti, usa magistralmente le tecniche del racconto, attraverso ricercate contaminazioni e diversi registri linguistici, utilizzando stratificazioni lessicali glottologiche appartenenti al contesto territoriale del quartiere e della città entro cui si muovono i personaggi protagonisti del racconto e accadono i fatti che vengono narrati ora sotto forma di evocazioni, quasi flash-back dell’Autore, a volte descritti utilizzando il tempo verbale del presente storico e, ancora, intrecciando coordinate temporali entro cui coesistono narrazione, ricordo, descrizione, riflessione, considerazioni del narratore. Anche l’uso di forme dialettali, non poche, ma nemmeno tante da appesantire il tessuto linguistico della trama narrativa, serve a caratterizzare meglio, direi fino in fondo, alcuni personaggi minori, anche socialmente parlando, emarginati e non scolarizzati. Riflessioni e considerazioni linguistiche e filologiche esprimono, in fondo, la voglia di tramandare o testimoniare, oltre ai volti e ai nomi dei personaggi evocati, anche la loro lingua, ricca di espressioni idiomatiche e onomatopeiche, che sono parte costitutiva e caratterizzante di un vulgus, da cui vicus. Perché nomen omen; e perché dei nomi e nella lingua, o meglio nella “parlata”, c’è il fato, il destino stesso delle persone. La cura della trascrizione lessicale, con una intrinseca sistemazione glottologica e la compilazione di un glossario minimo rivelano la preoccupazione di tenere insieme saldamente la necessità etica del raccontare con il registro linguistico dei personaggi raccontati.

    La formazione sociologica dell’autore dà il meglio di sé nella descrizione quasi cromatica di forme di vita di quartiere e relazioni di vicinato, con i suoi slarghi e i vicoli stretti, la chiesa, la piazza.

    Il libro è indovinato anche sotto l’aspetto tipografico e di tecnica editoriale. Il titolo, che è anche quello de libro V dell’intero volume, è evocativo della dimensione familiare entro cui si sviluppa la trama e la storia della crescita dell’autore e del gruppetto di amici, che scoprono insieme e nella condivisione la realtà che li circonda, una sorta di iniziazione pedagogica che li porta a scoprire valori, affetti, aspetti e meraviglie della vita.

    Il sottotitolo, “Il romanzo del vicolo”, è il programma culturale e l’orizzonte stesso degli avvenimenti che vengono descritti. Ma l’Autore va molto più in profondità, e si assume il peso della testimonianza più del bisogno e della gioia del raccontare, del fissare nel tempo una vita che non c’è più, storie minimali di un’epoca vissuta tra nostalgia e disincanto, intrisa di misteri e di passioni, povertà e duro lavoro; con l’inizio del fenomeno migratorio che cominciava a svuotare i vicoli e a dividere gli affetti, il “boom economico” non ancora iniziato, l’analfabetismo diffuso, le classi sociali distinte, l’operaismo nascente insieme con l’organizzazione politica e la presenza delle sezioni di partito, le uniche quasi a possedere la televisione che raccoglieva, a sera, frotte di adulti e ragazzini avidi consumatori di tele novità. In questo milieu storico-sociale il romanzo colloca le sue suggestioni, ma solo come dimensione evocativa, senza assumere, per fortuna dell’esito narrativo, la profondità del saggio, che ne avrebbe appesantita la trama. Sono solo sfiorate le problematiche dell’emigrazione (alla partenza di Gabriele in Germania assiste tutta la piazza!), dello svuotamento del paese e della lotta operaia, ma più come fatti esistenziali che dinamiche sociali.

    E pur sviluppando il romanzo in otto libri o sezioni, il racconto non perde mai una sua unitarietà. L’intera trama, che si sviluppa attraverso brevissime, quasi diaristiche scene o rappresentazioni, alcune solo di mezza paginetta, non perde mai il senso compiuto. Il lettore viene coinvolto dall’inizio alla fine del racconto, senza avvertire dispersioni di sorta, senza dover ritrovare il filo della narrazione, che si alterna tra gli avvenimenti personali e familiari del protagonista e i fatti riguardanti il vicolo, personaggi del quartiere e le avventure della “banda” di questa nostrana Via Pàl: (si pensi all’episodio di acquattarsi di notte dietro una catasta di legna per entrare non visti nel cinema, o, nel romanzo di Molnàr, nel quartiere della banda avversaria).

    La fotografia della copertina è efficacissima. Mantiene un certo che di onirico, di metafisico, di lontano, come l’atmosfera della narrazione. La strada è la vera protagonista, con i suoi spazi addormentati nella quiete di un giorno che finisce, col silenzio dei passi che si dileguano. Essa traduce graficamente l’atmosfera evocativa del racconto, che ha una patina di fanè, di ancien regime popolare, di eroi ed eroine del “buon tempo antiquo”.

    Il romanzo si snoda e si costruisce sul racconto dei fatti, delle esperienza di vita, delle avventure e delle osservazioni dell’Autore e dei suoi amici del vicolo in piena età evolutiva. Essi vivono un tempo epifanico e sentimentale, con le liturgie del vicolo, le dinamiche familiari e sociali, i luoghi comuni: la scuola, la bottega, lo slargo per giocare a pallone, qualche volta la chiesa. Sono episodi apparentemente slegati, riportati sull’onda dei ricordi e delle impressioni, che, però, la capacità affabulativa dell’autore unifica in una specie di mosaico del tempo perduto, legando storie personali e fatti quotidiani marginalissimi, che diventano trama, vita e patrimonio di quartiere. In questo modo il protagonista-narrante ha un continuo apprendistato, viene educato da una “paidea” di quartiere, dove si apprende per sentenze, per proverbi, per metafore e sottintesi, per occhiate e ceffoni, feste, litigi, processioni, mercatini e sagre familiari, i cui maestri sono i nonni, le zie, i genitori alternativamente, le comari, i mastri artigiani, il prete, e le cui aule sono le piazze, la bottega, i muretti, gli scaloni, i gafi, la timpa. E la vita segreta e profonda del quartiere, un hortus conclusus entro cui gli abitanti tessono le loro storie individuali e comunitarie. I muri stessi parlano e fra queste case crescono i ragazzi e vivono le loro esperienze en plain air: è cortile, è vinella, arena, agorà, teatro, casbah, decumano di tutte le generazioni che vi hanno vissuto.

    L’autore fanciullo registra nell’animo episodi grandi e piccoli che in qualche modo l’hanno incuriosito, tormentato, angosciato o esaltato, ma che l’hanno aiutato a crescere e sente il bisogno di raccontarli, ponendosi domande che restano spesso senza risposta o compresi solo in età adulta. Avverte fra mutismi ed euforie le tensioni della vita familiare, avverte cose più grandi di lui sotto la tutela della zia o del nonno, registra le mormorazioni che fatalmente alimentano gli umori, le dicerie e le nascoste verità della parrocchia. Lo stupiscono e lo interpellano episodi e tentazioni comuni a tutti i ragazzi in sviluppo: il romanzo è pieno di avvenimenti paesani e familiari, di pratiche popolari di devozioni, di commercio, di vita comune: segnalo per brevità il “trivulu”, pratica laicale di devozione ad petendam pluviam e ut fruges ferant arva, la pratica di lavare i panni ai lavatoi col metodo della “vucata”, l’uccisione del maiale, cui era chiamato a partecipare, come a un rito, tutto il parentado. In queste descrizioni c’è molta antropologia, mentre sulla pioggia del “trivulu” aleggia qualcosa di onirico, di surreale, di felliniano.

    Questi ricordi e tanti altri, come la paura del geco sulla trave sopra il letto (chi non ha provato questa angoscia e questa paura?) o gli scherzi dei ragazzi di bottega costituiscono un nostalgico mosaico del tempo grande (per parafrasare C. Abate), troppo grande per gli orizzonti dell’infanzia, ma affascinante e liberatorio. Oltre agli episodi dei componenti della “banda”, urgono nell’animo del narratore i destini, le disgrazie, le emarginazioni di persone senza relazioni, ma vive nell’immaginario collettivo del quartiere: la Stristranda, Carluccio, Roberto ‘u Miricanu, Benedetto e sorelle, Messinetti costituiscono un’epopea di disperati e di disperazione, di astrazione sociale, sussurrata, evocata, raccontata con delicatezza e raffinata pudicizia narrativa, attraverso cui questi ultimi in vita risorgono, in questo romanzo e tramite questo romanzo, e vengono affidati all’eterno della poesia: sembra vederli, purificati, leggeri, spirituali, volteggiare per l’aria come figurine di Chagall.

    Il libro si fa carico di queste tragedie di paese, quelle collettive e quelle personali e familiari. Presenta una galleria di personaggi pirandelliani, stralunati, improbabili. Altro che i vinti di Verga e del Naturalismo, che per essere vinti bisogna anche lottare, come padron Ntoni dei “Malavoglia” o i contadini di “Fontamara”. Ma Messinetti, Carluccio, Matalena, Benedetto sono figure senza storia e senza vita, sono quasi dei fantasmi. E il dramma non risolto della famiglia di Benedetto viene purificato dalla letteratura? dal luogo neutro e senza dolori della narrazione? O è una condanna ancora più grande per chi l’ha compreso ma non ha saputo compiere i passi salvifici? L’autore sa che la letteratura, e più ancora la poesia, cura, tuttavia non assolve.

    E altri personaggi, creature d’altri tempi, affollano questo Piccolo mondo antico: l’uccellatore, il dulcamara, il pescatore di frodo, evocati con notevole forza poetica e suggestione. A loro può far compagnia anche lo stralunato, ipocondriaco maestro delle Elementari, che gratifica gli alunni con l’appellativo del proprio campione sportivo (Sivori) in cambio di un piccolo servizio. Ma a lui l’autore, che è anche un pedagogista, riserva a posteriori la critica per l’uso smodato (oh quanto diffusa da quella pedagogia!) della ferula acerba.

  I personaggi del romanzo non sono solo gli uomini, le donne, i ragazzi del quartiere; personaggio principale è lo stesso quartiere: fontane, botteghe, timpe, mura scrostate e segnate dalle ferite del tempo, la luce che si diffonde nei vicoli, la canicola che spacca le pietre, le fumatine e i dialoghi a balconville etc. hanno animazione interiore, si esprimono, urgono poeticamente nella trama del racconto. Ad es., la fontana è un pezzo di vita, ha memoria, ha sentimenti (al mattino è paziente, la sera è triste) (come non pensare alla fontana malata di Palazzeschi?) secondo la percezione del narratore. Il quartiere è il luogo dell’anima, ha il suo genius loci che lo caratterizza e lo anima, con rituali antichi e un patrimonio collettivo di credenze. Lo abitano e lo muovono magarie, incantesimi, cumpratere, anime del Purgatorio, un mondo magico, anche soprannaturale, ai limiti del lecito e del sacrilego, del paranormale, che la legislazione diocesana condannava, con protagonisti cristiani, animali, fenomeni naturali e personaggi anche improbabili al limite del fantastico. Qui è la poesia che lava e salva tutto, è la leggerezza del racconto del bambino che le rende immaginifiche e innocue, come le rumanze raccontate e tramandate per lo più “nelle lunghe notti d’inverno”, che trovano nobiltà letteraria del raccontare immaginifico come un popolare Cunti de li Cunti (di cui all’epoca girava un florilegio sotto il nome di Vecchio Guidone).

  Per brevità non affronto la liaison amorosa con la vispa Lucia, poco più che bambina, trattata con grande delicatezza psicologica. I turbamenti amorosi di entrambi appartengono alla loro éducation sentimentale e resta la parte più lieve del romanzo. Vorrei, però, segnalare alcune affermazioni di pura, intensa poesia: l’incipit del cap. 38, p. 130: “gli spazi da vivere sono per sempre” (genius loci), la scrittura serve “a prendere per mano le creature e portarle lontane”; il dialogo “E qual è il posto delle nuvole?”

    Infine, di un romanzo si dovrebbe dire solo una cosa: se, avendolo letto, è piaciuto o non è piaciuto. A me è piaciuto, e tanto! Si può parlare di tecnica, di lessico, di ambientazione, di milieu culturale. Ma la differenza la fa quella patina di mistero e di affabulazione che ti tiene attento fino alla fine, e ti coinvolge, con una specie di godimento mistico, nella storia e nella trama, nel linguaggio e con i personaggi. In una cornice poetica dove nessun ricordo è banale, nessun nome è perduto, nessuna persona è dimenticata.

 

                                                                                            ROSARIO D’ALESSANDRO

 

1)     Intervento del professore D’Alessandro in occasione dell’incontro di presentazione del romanzo di Mario Iaquinta “Il basco di papà.